giovedì 17 aprile 2014

Tenebrae


I sette dolori della Madonna








La Madre di Dio rivelò a Santa Brigida che, chiunque reciti sette “Ave Maria” al giorno meditando sui Suoi dolori e sulle Sue lacrime e diffonda questa devozione, godrà dei seguenti benefici:

- La pace in famiglia. - L’illuminazione circa i misteri divini. - L’accoglimento e la soddisfazione di tutte le richieste purché siano secondo la Volontà di Dio e per la salvezza della sua anima. - La gioia eterna in Gesù e in Maria.
1° dolore: La rivelazione di Simeone. Ave Maria…

2° dolore: La fuga in Egitto. Ave Maria…

3° dolore: Lo smarrimento di Gesù dodicenne nel Tempio di Gerusalemme. Ave Maria…

4° dolore: L’incontro con Gesù sulla via del Calvario. Ave Maria…

5° dolore: La crocifissione, la morte, la ferita al costato e la deposizione sul Calvario. Ave Maria…

6° dolore: La deposizione di Gesù tra le braccia di Maria sotto la Croce. Ave Maria…

7° dolore: La sepoltura di Gesù e le lacrime e la solitudine di Maria. Ave Maria…
“O Cuore Addolorato e Immacolato di Maria, prega per noi che ricorriamo a Te…!”





















mercoledì 16 aprile 2014

La Passione di Cristo - Tempo di Pasqua - Settimana Santa




10 minuti di storia su Gesù di Nazareth, le sofferenze più atroci.
in questo video si evidenzia il dolore che ha dovuto sopportare il «Verbo che si fece carne» e il volto di una madre «Maria» che ha dovuto sopportare, quanto di più ignobile accadde al proprio figlio. Infine la sua rinascita verso l'eternità.


venerdì 11 aprile 2014

VENERDÌ DELLA SETTIMANA DI PASSIONE

"Gesù dovrà morire per la nazione, e non per la nazione soltanto, ma anche per raccogliere insieme i figli dispersi di Dio". Così la moribonda Sinagoga è costretta a profetizzare la nascita della Chiesa per l'effusione del sangue di Gesù!




A Roma la Stazione è nella chiesa di S. Stefano, sul monte Celio. In questo giorno che doveva essere consacrato a Maria, la Regina dei Martiri, è commovente il dover ammettere che, per una specie di presentimento profetico, tale chiesa dedicata al primo Martire era, fin dalla più remota antichità, destinata alla riunione dei fedeli.
EPISTOLA (Ger 17,13-18). - In quei giorni: Geremia disse: Signore tutti quelli che t'abbandonano saran confusi, quelli che s'allontanano da te saranno scritti in terra; perché hanno abbandonato la sorgente delle acque vive, il Signore. Guariscimi, o Signore, e sarò guarito; salvami, e sarò salvato: la mia gloria sei tu. Ecco essi stanno a dirmi: Dov'è la parola del Signore? S'adempia! Tu lo sai: non mi son turbato, ho seguito te, mio pastore, e non ho desiderato la vendetta. Quello che usci dalle mie labbra fu retto dinanzi a te. Non mi diventare causa di spavento tu, mia speranza nel giorno dell'afflizione. Sian confusi i miei persecutori e non io, tremino essi non tremi io; fa' piombare su loro il giorno dell'afflizione, percuotili con doppio flagello, o Signore Dio nostro.
Geremia, figura del Messia.
Geremia è una delle principali figure di Gesù Cristo nell'Antico Testamento, dove rappresenta specialmente il Messia perseguitato dai Giudei. Per questo la Chiesa nelle due settimane consacrate alla Passione del Salvatore, ha voluto scegliere le sue Profezie a soggetto delle lezioni del Mattutino. Abbiamo udita una delle lamentazioni che il giusto rivolge a Dio contro i suoi nemici; e parla in nome di Cristo. Ascoltiamo dai suoi accenti come viene dipinta, nello stesso tempo, la malizia dei Giudei e quella dei peccatori che perseguitano Gesù Cristo in seno allo stesso cristianesimo. "Essi, dice il Profeta, hanno abbandonato la sorgente delle acque vive". Difatti Giuda ha perso la memoria della roccia del deserto, dove zampillarono le acque che spensero la sua sete; e quand'anche se ne ricordasse, non sa che quella roccia misteriosa significava il Messia.
Gerusalemme, immagine dei peccatori.
Ciò nonostante, Gesù è là, a Gerusalemme, che grida: "Chi ha sete venga a me e beva, e si disseti". La bontà, la dottrina, le opere sue meravigliose e gli oracoli adempiutisi in lui dicono abbastanza che si deve credere alla sua parola. Ma Giuda è sordo al suo invito; e parecchi cristiani lo imitano. Ve ne sono di quelli che dopo aver gustato della "sorgente delle acque vive", si sono allontanati per andare a dissetarsi ai ruscelli fangosi del mondo; e la loro sete s'è irritata di più. Tremino costoro alla vista del castigo dei Giudei, perché, non ritornando al Signore loro Dio, cadranno negli ardori eterni che li divoreranno, e là invocheranno una goccia d'acqua, che sarà loro rifiutata. Per bocca di Geremia il Signore predice "un giorno d'afflizione" che piomberà sui Giudei; e più tardi, quando verrà in persona, li previene che la tribolazione cadrà sopra Gerusalemme, in punizione del suo deicidio, e sarà così spaventosa "quale non fu dal principio del mondo fino ad ora, né mai sarà" (Mt 24,21). Ma se il Signore ha vendicato con tanta severità il sangue del Figlio suo contro una città, che fu per tanto tempo sgabello dei suoi piedi, e contro un popolo che aveva preferito a tutti gli altri, come potrà risparmiare il peccatore che, disprezzando i richiami della Chiesa, s'ostina a rimanere nel suo indurimento? Giuda ebbe la disgrazia di colmare la misura delle sue iniquità; anche noi abbiamo tutti un limite al male che la giustizia di Dio non permetterà mai d'oltrepassare. Affrettiamoci dunque a rimuovere il peccato; preoccupiamoci di colmare un'altra misura, quella delle buone opere; e preghiamo pei peccatori che non vogliono convertirsi. Domandiamo che il sangue divino, ch'essi ancora una volta disprezzeranno, e dal quale sono ancora protetti, non ricada sopra di loro.
VANGELO (Gv 11,47-54). - In quel tempo: I prìncipi dei Sacerdoti ed i Farisei radunarono il consiglio contro Gesù, e dicevano: Che facciamo? Quest'uomo fa molti miracoli. Se lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e stermineranno il nostro paese e la nazione. Allora uno di loro chiamato Caifa, che era in quell'anno pontefice, disse loro: Voi non capite nulla, e non pensate come vi torni conto che un uomo solo muoia per il popolo, e non perisca tutta la nazione. E questo non lo disse di suo, ma essendo pontefice di quell'anno profetò che Gesù doveva morire per la nazione, e non per la nazione soltanto, ma anche per raccogliere insieme i figli dispersi di Dio. E da quel giorno proposero di dargli la morte. Gesù adunque non conversava più in pubblico tra i Giudei; ma si ritirò in una regione vicina al deserto in una città, chiamata Efrem, dove si tratteneva coi suoi discepoli.
Il Consiglio del Sinedrio.
La vita del Salvatore è più che mai minacciata. Il consiglio della nazione s'è riunito per vedere come disfarsi di lui. Sentite questi uomini; spinti a radunarsi dalla più vile delle passioni, la gelosia, non negano i miracoli di Gesù; sono dunque in grado di dare un giudizio sulla sua missione, e questo giudizio dovrebbe essere favorevole. Non sono però convenuti per questo scopo, ma per intendersi sui mezzi di farlo perire. Che cosa diranno a se stessi? Quali sentimenti esprimeranno in comune accordo per legittimare una tale sanguinaria risoluzione? Avranno il coraggio di mettere avanti la politica e l'interesse della nazione: se Gesù, infatti, continua a mostrarsi al popolo e ad operare prodigi, presto la Giudea vorrà proclamarlo suo Re, e non tarderanno a venire i Romani a vendicare l'onore del Campidoglio oltraggiato dalla più debole nazione ch'esiste nell'Impero. Insensati; essi non comprendono, che se il Messia avesse dovuto essere un re terreno, tutte le nazioni della terra sarebbero rimaste senza forza contro di lui! Perché non si ricordano piuttosto della predizione di Daniele, che durante la settantesima settimana di anni, a partire dal decreto per la riedificazione del tempio, il Cristo sarebbe stato messo a morte, ed il popolo che l'avrebbe rinnegato non sarebbe stato più il suo popolo? (Dn 9,25) che, dopo quest'eccesso, verrà un popolo guidato da un capo militare, e metterà a soqquadro la città ed il tempio? ed entrerà nel santuario l'abbominazione della desolazione e la desolazione s'insedierà a Gerusalemme, e vi rimarrà fino alla fine? (ivi, 26-27). Non capiscono che, facendo perire il Messia, contemporaneamente annienteranno la patria.
La profezia del Gran Sacerdote.
Frattanto, l'indegno pontefice che presiede negli ultimi giorni della religione mosaica, rivestito dell'efod, ha profetizzato, e la sua profezia risponde a verità. Non ce ne stupiamo, perché il velo del tempio non s'è ancora spaccato, ed ancora non è rotta l'alleanza tra Dio e Giuda. Caifa è un sanguinario, un vile, un sacrilego; ma è pontefice, quindi Dio parla ancora per la sua bocca. Sentiamo che cosa dice questo nuovo Balaam: "Gesù dovrà morire per la nazione, e non per la nazione soltanto, ma anche per raccogliere insieme i figli dispersi di Dio". Così la moribonda Sinagoga è costretta a profetizzare la nascita della Chiesa per l'effusione del sangue di Gesù! Qua e là sulla terra esistono figli di Dio che lo servono, in mezzo alla gentilità, come il centurione Cornelio; ma non c'è un legame visibile che li unisca.
S'avvicina l'ora in cui l'unica, la grande Città di Dio apparirà sul monte, "e tutte le genti vi accorreranno" (Is 2,2). Dopo che sarà sparso il sangue dell'alleanza universale, ed il sepolcro ci avrà reso il vincitore della morte, passeranno cinquanta giorni, e la Pentecoste non convocherà più i Giudei al tempio di Gerusalemme, ma chiamerà tutti i popoli alla Chiesa di Gesù Cristo. Caifa si dimentica dell'oracolo ch'egli stesso aveva proferito, e fa restaurare il velo del Santo dei Santi, che s'era spezzato in due, nel momento che Gesù spirava sulla Croce; ma questo velo non copre più che un ridotto deserto. Non è più là il Santo dei Santi; ora "in ogni luogo si sacrifica un'ostia pura" (Ml 1,11,) non ancora sono apparsi, sul monte degli Olivi, i vendicatori del deicidio, con le loro aquile, che i suoi sacrificatori hanno sentito tuonare, in fondo al ripudiato santuario, una voce che diceva: "Usciamo via di qui.
PREGHIAMO
A noi che cerchiamo la grazia della tua protezione, concedi, o Dio onnipotente, di servirti con animo tranquillo e libero da ogni male.

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 658-661

martedì 8 aprile 2014

“Del numero de’ peccati, oltre il quale Dio più non perdona”








Sant’Alfonso Maria de Liguori, sermoni per la quaresima “Del numero de’ peccati, oltre il quale Dio più non perdona” “Presto, peccatori, fratelli miei, torniamo a Gesù Cristo se l’abbiamo lasciato; presto, prima che ci colga la morte in peccato e restiamo condannati all’inferno, dove tutte queste misericordie che ci usa il Signore, saranno, se non ci emendiamo, tante spade che ci lacereranno il cuore per tutta l’eternità”

Sant’Alfonso Maria de Liguori, dottore della Chiesa

Due sermoni per la quaresima

“1 Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto 2 dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati ebbe fame. 3 Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». 4 Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo». 5 Il diavolo lo condusse in alto e, mostrandogli in un istante tutti i regni della terra, gli disse: 6 «Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. 7 Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo». 8 Gesù gli rispose: «Sta scritto: Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai». 9 Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; 10 sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano; 11 e anche: essi ti sosterranno con le mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra». 12 Gesù gli rispose: «È stato detto: Non tenterai il Signore Dio tuo». 13 Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato.” (Luca 4,1-13)
Sermone XV – Per la Domenica I di Quaresima
Del numero de’ peccati, oltre il  quale Iddio più non perdona.
Non tentabis Dominum Deum tuum. (Matt. 4.  7.) ” Non tentare il Signore Dio tuo”
Nel corrente vangelo si legge che essendo andato  Gesù Cristo al deserto, permise che il demonio lo  portasse sopra il pinnacolo, o sia sommità del tempio, ed ivi gli  dicesse: Si filius Dei es, mitte te deorsum; soggiungendogli che gli  angeli l’avrebbero liberato da ogni offesa. Ma il Signore gli rispose che nelle  sacre carte sta scritto: Non tentabis Dominum Deum tuum” Non tentare il Signore Dio tuo”. Quel peccatore  che si abbandona al peccato senza voler resistere alle tentazioni, e senza  volere almeno raccomandarsi a Dio che gli dia l’aiuto per resistere, sperando  che il Signore un giorno lo caverà da quel precipizio; costui tenta Dio a far  miracoli, oppure ad usare con esso una misericordia straordinaria fuori  dell’ordine comune. Iddio vuol salvi tutti, come dice l’apostolo: Omnes  homines vult salvos fieri, ma vuole che ancora noi ci  adoperiamo per la nostra salvazione, almeno col prendere i mezzi per non restar  vinti dal nemico, e coll’ubbidire a Dio quando ci chiama a penitenza. I  peccatori ricevono le chiamate da Dio, e se ne scordano e seguitano ad  offenderlo; ma Dio non se ne scorda. Egli numera così le grazie che ci dispensa,  come i peccati che noi facciamo; onde allorché giunge il tempo da Dio  determinato egli ci priva delle sue grazie, e mette mano a’ castighi. E ciò  appunto voglio oggi dimostrarvi nel presente discorso, che quando i peccati  arrivano a certo numero, Iddio castiga e più non perdona. Attenti.
Dicono molti santi padri, s. Basilio, s.  Girolamo, s. Ambrogio, s. Gio. Grisostomo, s. Agostino ed altri, che siccome  Iddio tiene determinato il numero per ciascun uomo dei giorni di vita, de’ gradi  di sanità o di talento che vuol dargli, secondo il detto della Scrittura:  Omnia in mensura et numero, et pondere disposuisti, così  ancora per ciascuno tiene determinato il numero de’ peccati che vuol  perdonargli, compito il quale, più non perdona. Illud sentire nos  convenit, dice s. Agostino, tamdiu unumquemque a Dei patientia  sustineri, quo consummato, nullam illi veniam reservari. Lo  stesso scrive Eusebio Cesariense: Deus expectat usque ad certum numerum, et  postea deserit. E lo stesso scrivono i padri nominati di  sopra.
Misit me Dominus, ut mederer contritis  corde. Iddio è pronto a sanare quei che tengono buona volontà  di mutar vita, ma non può compatire gli ostinati. Il Signore perdona i peccati,  ma non può perdonare chi ha volontà di peccare. Né possiamo noi chiedere ragione  a Dio, perché ad uno perdoni cento peccati, e ad un altro, al terzo o quarto  peccato gli mandi la morte, e lo condanni all’inferno. Egli disse per il profeta  Amos: Super tribus sceleribus Damasci, et super quatuor non  convertam eum. In ciò bisogna adorare i divini giudizi, e dire  coll’apostolo: O altitudo divitiarum sapientiae et scientiae Dei! Quam  incomprehensibilia sunt iudicia eius! Quegli che è perdonato,  dice s. Agostino, è perdonato per sola misericordia di Dio; quegli che è  castigato, giustamente è castigato: Quibus datur misericordia, gratis datur:  quibus non datur, ex iustitia non datur. Quanti Iddio ha  mandati all’inferno al primo peccato! Scrive san Gregorio che un fanciullo di  cinque anni, che avea già l’uso di ragione, in dire una bestemmia fu preso dai  demoni e portato all’inferno. Rivelò la divina Madre a quella serva di Dio  Benedetta di Firenze, che un fanciullo di dodici anni al primo peccato fu  condannato; un altro figliuolo di otto anni al primo peccato morì e si dannò. Tu  dici: ma io son giovine, vi sono tanti che tengono più peccati di me. Ma che  perciò? Perciò Iddio, se pecchi, è obbligato ad aspettarti! Nel vangelo di s.  Matteo si dice che il nostro Salvatore la prima volta che trovò un  albero di fico senza frutto, lo maledisse dicendo: Numquam ex te nascatur  fructus; e quello seccò. E pertanto bisogna tremare di commettere un  peccato mortale, e tanto più se tu prima ne hai commessi altri.
Dice Dio: De propitiato peccato noli esse  sine metu; neque adiicias peccatum super peccatum. Non dire  dunque, peccatore mio: siccome Dio mi ha perdonati gli altri peccati, così mi  perdonerà quest’altro se lo commetto. Ciò non lo dire, perché se tu aggiungi un  altro peccato al peccato perdonato, devi temere che questo peccato nuovo si  unisca al primo peccato, e così si compisca il numero, e tu resti abbandonato da  Dio. Ecco come ciò più chiaramente lo spiega la scrittura in altro luogo:  Dominus patienter expectat, ut eas (nationes), cum iudicii dies  advenerit, in plenitudine peccatorum puniat. Iddio dunque  aspetta ed ha pazienza sino a certo numero; ma quando è piena la misura de’  peccati, non aspetta più e castiga: Signasti quasi in sacculo delicta  mea. I peccatori mettono i loro peccati nel sacco, senza  tenerne conto, ma ben ne tiene conto Iddio per dare il castigo, quando è  maturata la messe, cioè quando è compito il numero: Mittite falces, quoniam  maturavit messis.
Di tali esempi poi ve ne sono molti nelle divine  scritture. In un luogo parlando il Signore degli ebrei disse: Tentaverunt me  per decem vices, ecco come egli numera i peccati, non videbunt  terram, ecco come compito il numero, castiga. In altro luogo  parlando degli amorrei, disse che trattenea il loro castigo, perché non ancora  era compito il numero delle loro colpe: Necdum enim completae sunt  iniquitates amorrhaeorum. In altro luogo abbiamo l’esempio di  Saulle, che avendo la seconda volta disubbidito a Dio, restò abbandonato,  talmente che pregando egli Samuele che si fosse interposto per lui appresso il  Signore: Porta, quaeso, peccatum meum, et revertere mecum, ut adorem  Deum: Samuele che sapea averlo Dio abbandonato, rispose:  Non revertar tecum, quia abiecisti sermonem Domini, et proiecit te Dominus  etc: Saulle, tu hai abbandonato Dio e Dio ha abbandonato te.  Di più vi è l’esempio di Baldassarre, il quale stando a mensa colle sue donne  profanò i vasi del tempio, ed allora vide una mano che scrisse sul muro:  Mane, Thecel, Phares. Venne Daniele e richiesto della spiegazione di  tali parole, spiegando la parola Thecel, disse al re: Appensus es  in statera, et inventus es minus habens: dandogli così ad  intendere che il peso de’ suoi peccati avea fatto traboccar la bilancia della  divina giustizia; ed in fatti nella stessa notte fu ucciso: Eadem nocte  interfectus est Balthassar rex chaldaeus. Ed oh a quanti  miseri avviene lo stesso, che seguitano essi ad offendere Dio, quando giungono i  loro peccati ad un certo numero, son colti dalla morte, e mandati  all’inferno! Ducunt in bonis dies suos, et in puncto ad inferna  descendunt! Trema, fratello mio, che ad un altro peccato  mortale che fai Iddio ti mandi all’inferno.
Se Dio mettesse mano a’ castighi subito quando  l’uomo l’offende, non si vedrebbe Dio così disprezzato, come ora si vede; ma  perché egli non castiga subito, e per sua misericordia aspetta e trattiene il  castigo, perciò i peccatori si danno animo a seguire ad offenderlo: Quia non  profertur cito contra malos sententia, absque timore ullo filii hominum  perpetrant mala. Ma bisogna persuadersi che Dio aspetta e  sopporta, ma non aspetta e non sopporta sempre. Sansone seguitando a trescare  con Dalila sperava di liberarsi dalle insidie de’ filistei, come avea fatto  altre volte: Egrediar sicut ante feci, et me excutiam. Ma  in quella volta restò preso, e gli fu tolta la vita. Non dire, avverte il  Signore: io ho fatti tanti peccati, e Dio non mi ha castigato: Ne dixeris,  peccavi, et quid accidit mihi triste? Altissimus enim est patiens  redditor. Iddio ha pazienza sino a certo termine, passato il  quale, egli castiga i primi peccati e gli ultimi. Viene una, come suol dirsi, e  paga tutto. E quanto maggiore sarà stata la pazienza di Dio, tanto più grave  sarà la sua vendetta.
Onde dice il Grisostomo che più dee temersi  quando Iddio sopporta, che quando subito castiga: Plus timendum est, cum  tolerat, quam cum festinanter punit. E perché? Perché, dice s. Gregorio che  coloro, coi quali Dio usa più misericordia, se non la finiscono, più  rigorosamente sono puniti: Quo diutius expectat (Deus) durius  damnat. E soggiunse il santo che questi tali spesso sono castigati da Dio  con una morte improvvisa, senza aver tempo di convertirsi: Saepe qui diu  tolerati sunt, subita morte rapiuntur, ut nec flere ante mortem liceat. E  quanto più grande è la luce che il Signore dà ad alcuni per emendarsi, tanto  maggiore è la loro accecazione ed ostinazione nel peccato. Scrisse s. Pietro:  Melius enim erat illi non cognoscere viam iustitiae, quam post agnitionem  retrorsum converti. Miseri quei peccatori che dopo la luce  avuta tornano al vomito; mentre dice s. Paolo essere impossibile, moralmente  parlando, che costoro di nuovo si convertano: Impossibile est enim, eos qui  semel illuminati sunt, gustaverunt etiam donum coeleste… et prolapsi sunt,  rursus renovari ad poenitentiam.
Senti dunque quel che ti dice Dio, o  peccatore: Fili, peccasti, non adiicias iterum, sed et de pristinis  deprecare, ut tibi dimittantur: Figlio, non aggiungere offese  a quelle che mi hai fatte, ma attendi a pregare che le prime ti sieno perdonate:  altrimenti può essere facilmente che ad un altro peccato grave che farai si  chiudano per te le divine misericordie, e tu resti perduto. Quando dunque,  fratello mio, il nemico ti tenta a commettere un altro peccato, di’ fra te  stesso: e se Dio non mi perdona più, che ne sarà di me per tutta l’eternità? E  se il demonio replica: non temere, Dio è di misericordia: rispondi: ma qual  sicurezza ho io o qual probabilità, che tornando a peccare, Iddio mi userà  misericordia e mi perdonerà? Ecco quel che Dio minaccia a quei che disprezzano  le divine chiamate: Quia vocavi et renuistis… ego quoque in interitu vestro  ridebo et subsannabo vos. Notate quelle due parole, ego  quoque, vengono a dire che siccome tu avrai burlato Dio confessandoti,  promettendo e poi di nuovo tradendolo; così Dio si burlerà di te nella tua  morte, ridebo et subsannabo. Il Signore non si fa burlare, Deus non  irridetur. E il savio dice: Sicut canis qui revertitur ad  vomitum suum, sic imprudens qui iterat stultitiam suam. Il b.  Dionigi Cartusiano spiega eccellentemente questo testo, e dice che siccome  rendesi abbominevole e schifoso quel cane che mangia quello che prima ha  vomitato; così rendesi odioso a Dio chi ritorna a fare quei peccati che prima ha  detestati nella confessione: Sicut id quod per vomitum est reiectum,  resumere est valde abominabile ac turpe, sic peccata deleta reiterari, sono  le parole del Cartusiano.
Ma gran cosa! Se tu compri una casa, tu usi già  tutta la diligenza per assicurar la cautela e non perdere il tuo danaro; se  prendi una medicina cerchi di assicurarti bene che quella non ti possa far  danno; se passi un fiume cerchi di assicurarti di non cadervi dentro; e poi per  una breve soddisfazione, per uno sfogo di vendetta, per un piacere di bestia,  che appena avuto finisce, vuoi arrischiare la tua salute eterna, dicendo:  poi me lo confesso! E quando, io ti dimando, te lo confesserai?  Domani. E chi ti promette questo giorno di domani? Chi ti assicura che  avrai questo tempo, e Dio non ti faccia morire in atto del peccato, come è  succeduto a tanti? Diem tenes, dice s. Agostino, qui horam non  tenes? Tu non puoi star sicuro di avere un’altra ora di vita, e dici:  Domani me lo confesserò? Senti ciò che dice s. Gregorio: Qui  poenitenti veniam spopondit, peccanti diem crastinum non  promisit. Iddio ha promesso il perdono a chi si pente, ma non  ha promesso di aspettare sino a domani chi l’offende; forse il Signore ti darà  tempo di penitenza e forse no; ma se non te lo dà, che ne sarà dell’anima tua?  Frattanto per un misero gusto già tu perdi l’anima, e ti metti a rischio di  restar perduto in eterno.
Faresti tu per quella breve soddisfazione un  vada tutto, danari, casa, poderi, libertà e vita? No; e poi come per  quel misero gusto vuoi in un punto far perdita di tutto, dell’anima, del  paradiso e di Dio? Dimmi, credi tu che sieno verità di fede il paradiso,  l’inferno, l’eternità? Credi tu che se ti coglie la morte in peccato sei dannato  per sempre? E che temerità, che pazzia, condannarti da te stesso ad un’eternità  di pene, con dire: spero appresso di rimediarvi? Dice s. Agostino: Nemo sub  spe salutis vult aegrotare; non si trova un pazzo che si prenda il veleno  con dire: appresso piglierò rimedj e mi guarirò; e tu vuoi condannarti  all’inferno, con dire: appresso me ne libererò? Oh pazzia che ne ha portati e ne  porta tanti all’inferno, secondo la minaccia di Dio che dice: Fiduciam  habuisti in malitia tua, veniet super te malum, et nescies ortum  eius. Hai peccato confidando temerariamente nella divina  misericordia, ti verrà improvvisamente il castigo, senza saper donde viene. Che  dici? Che risolvi? Se a questa predica non fai una forte risoluzione di darti a  Dio, ti piango per dannato.

S. Alfonso Maria  de’ Liguori: Sermone XVIII. – Per la Domenica IV. di  Quaresima

La tenera  compassione che ha Gesù Cristo de’ peccatori.
Facite omnes discumbere.  (Ioan. 6. 10.)
Abbiamo nel vangelo di  questo giorno, che ritrovandosi il nostro Salvatore sopra di un monte co’ suoi  discepoli e colla moltitudine di quasi cinquemila persone che lo aveano seguito,  in vedere i miracoli che facea sopra gl’infermi, dimandò egli a san Filippo: ove  compreremo tanti pani che bastino a dar da mangiare a questa povera gente?  Rispose s. Filippo: Signore, per comprar tanti pani non ci bastano dugento  danari. Allora dice s. Andrea: qui vi è un fanciullo che tiene cinque pani  d’orzo e due pesci; ma che possono bastare a tanti? Ciò non ostante Gesù Cristo  disse: via su fate che tutti siedano a terra, facite omnes  discumbere; e poi fece dispensare quei pani e quei pesci, che non solo  bastarono a tutti, ma raccogliendo in fine gli avanzi del pane, se ne empirono  dodici cofani. Il Signore fece questo gran miracolo per compassione che ebbe di  tanti poveri nel corpo, ma assai più grande è la compassione che egli ha de’  poveri nell’anima, quali sono i peccatori, che sono privi della divina grazia; e  questo sarà il soggetto del presente sermone: La tenera compassione che ha Gesù  Cristo de’ peccatori.
Il nostro amantissimo  Redentore, spinto dalle viscere della sua misericordia verso degli uomini che  gemeano miseramente sotto la schiavitù del peccato e del demonio, scese dal  cielo in terra per redimerli e salvarli dalla morte eterna colla sua propria  morte: così cantò s. Zaccaria padre del Battista, allorché venne in casa sua la  b. Vergine Maria, già fatta madre del Verbo Incarnato: Per viscera  misericordiae Dei nostri, in quibus visitavit nos oriens ex  alto.
Quindi dichiarò poi Gesù  Cristo che esso era quel buon pastore ch’era venuto in terra a dar la salute a  noi sue pecorelle: Ego veni ut vitam habeant, et abundantius  habeant. Notate quella parola abundantius, la  quale esprime che egli era venuto non solo a farci ricuperare la vita perduta  della grazia, ma a donarci una vita più abbondante e migliore della vita perduta  da noi col peccato. Sì, perché dice s. Leone, che Gesù colla sua morte ci recò  maggior bene, che non ci avea recato di danno il demonio col  peccato: Ampliora adepti sumus per Christi gratiam, quam per diaboli  amiseramus invidiam. E ciò significò ben anche l’apostolo,  quando disse che la grazia avea sopravanzato il delitto: Ubi abundavit  delictum, superabundavit et gratia.
Ma, Signor mio, giacché  avete voluto prender carne umana, bastava una sola vostra preghiera a redimere  tutti gli uomini; che bisogno vi era di fare una vita così povera e disprezzata  per 33 anni, ed una morte così amara e vituperosa, morendo di dolore sopra di un  legno infame, spargendo tutto il vostro sangue a forza di tormenti? Sì, risponde  Gesù Cristo, ben so che bastava una goccia del mio sangue, una semplice mia  preghiera a salvare il mondo; ma non bastava a dimostrare l’amore che io porto  agli uomini: e perciò ho voluto tanto patire e morire con una morte così atroce,  per essere dagli uomini amato, dopo che mi avessero veduto così morto per loro  amore. Questo importa, disse, essere buon pastore: Ego sum pastor  bonus, bonus pastor animam suam dat pro ovibus suis.
O uomini, uomini, e qual  maggior segno d’affetto potea darci il Figlio di Dio, che dar la vita per noi  sue pecorelle? In hoc, scrive s. Giovanni, cognovimus  caritatem Dei, quoniam ille animam suam pro nobis posuit. Non  può alcuno, disse il medesimo Salvatore, dimostrar maggiore amore a’ suoi amici,  che dare per essi la vita: Maiorem hac dilectionem nemo habet, ut  animam suam ponat quis pro amicis suis. Ma voi, Signore, non  solo per gli amici, ma siete morto per noi, che per i nostri peccati eravamo  vostri nemici: Cum inimici essemus, reconciliati sumus Deo per mortem  Filii eius. Oh amore immenso del nostro Dio, esclama s.  Bernardo: Ut parceret servis, nec Pater Filio, nec Filius sibi ipsi  pepercit! Per perdonare a noi servi ribelli, il Padre non ha voluto  perdonare al Figlio, e il Figlio non ha voluto perdonare a se stesso,  soddisfacendo colla sua morte la divina giustizia per i peccati da noi  commessi.
Mentre Gesù Cristo si  avvicinava alla sua passione, andò un giorno a Samaria; ma i samaritani non  vollero riceverlo, onde s. Giacomo e s. Giovanni sdegnati contro i samaritani  per questo affronto fatto al lor maestro, rivolti a lui gli dissero: Signore,  volete che facciamo scender fuoco dal cielo per castigare questi  temerarj? Domine, vis dicimus, ut ignis descendat de coelo et consumat  illos? Ma Gesù che era pieno di dolcezza anche verso coloro che  lo disprezzavano, che rispose? Et conversus  increpavit illos dicens: Nescitis, cuius spiritus estis. Filius hominis non  venit animas perdere, sed salvare. Fortemente li  riprese dicendo: e qual mai è questo spirito vostro? Questo non è lo spirito  mio; il mio è spirito di pazienza e compassione verso de’ peccatori, mentre io  son venuto a salvare le anime, non già a perderle; e voi parlate di fuoco, di  castighi e di vendetta? Perciò in altro luogo disse a’ suoi  discepoli: Discite a me, quia mitis sum et humilis  corde. Io non voglio che impariate da me a castigare, ma ad  esser mansueti e sopportare e perdonare le ingiurie.
Ben egli dichiarò la  tenerezza del suo cuore verso dei peccatori, quando disse: Quis ex  vobis homo, qui habet centum oves, et si perdiderit unam ex illis, nonne  dimittit nonagintanovem in deserto, et vadit ad illam quae perierat, donec  inveniat eam? Se alcuno, disse, ha cento pecorelle, e ne perde  una, egli lascia le novantanove, e va in cerca della pecorella perduta, e non  lascia di cercarla, finché non la ritrova. E poi soggiunse: Et cum  invenerit eam, imponit in humeros suos gaudens, et veniens domum convocat amicos  et vicinos, dicens illis: Congratulamini mihi, quia inveni ovem meam, quae  perierat. E quando la ritrova, per più non perderla se la  mette sulle spalle e poi chiama gli amici e i vicini a consolarsene seco, per  aver ritrovata la pecorella perduta. Ma, Signore, l’allegrezza dee essere non  tanto di voi, quanto della pecorella in aver ritrovato voi suo pastore e Dio.  Sì, dice Gesù Cristo, gode la pecorella in ritrovare me suo pastore, ma più  grande è il mio contento in ritrovare la pecorella perduta. E poi conchiude  dicendo: Dico vobis, quod ita gaudium erit in coelo super uno peccatore  poenitentiam agente, quam super nonagintanovem iustis qui non indigent  poenitentia. È più grande, dice, l’allegrezza che si fa in  cielo sopra d’un peccatore il quale si converte, che sopra di novantanove giusti  che ritengono la loro innocenza. E qual sarà quel peccatore così duro, che  intendendo ciò, e sapendo l’amore col quale sta Gesù Cristo per abbracciarlo e  porselo sopra le spalle, quando si pente de’ suoi peccati, non voglia subito  andare a gittarsi a’ piedi suoi?
Similmente dichiarò il  Signore questa sua tenerezza verso de’ peccatori pentiti nella parabola del  figlio prodigo, come sta in san Luca ove dicesi che un certo  giovine non volendo aver più la soggezione del padre per vivere a modo suo tra i  vizj, domandò la sua porzione; e il padre glie la diede con dolore, piangendo la  di lui ruina. Il figlio si partì dalla casa del padre, e tra poco tempo, avendo  già dissipata la sua sostanza, si ridusse a tal miseria, che per vivere fu  costretto di mettersi a pascere i porci. Tutto è figura del peccatore, che  partendosi da Dio e perdendo la divina grazia, perde tutti i meriti acquistati,  e si riduce a fare una vita misera sotto la schiavitù del demonio. Dicesi poi in  s. Luca, che vedendosi quel giovine ridotto a tanta miseria, si risolse di  ritornare al padre; ed il padre, che è figura di Gesù Cristo, quando vide il  figlio che ritornava a’ piedi suoi, subito se ne mosse a  compassione: Vidit illum pater ipsius, et misericordia motus est.  Onde invece di scacciarlo, come meritava quell’ingrato, Accurrens  cecidit super collum eius et osculatus est eum; gli andò all’ncontro colle  braccia aperte, ed abbracciandolo venne per la tenerezza a cadere sopra il suo  collo, e lo consolò coi suoi baci. Indi disse a’ suoi servi: Cito  proferte stolam primam et induite illum; portate la veste più bella e  vestitelo: Stolam primam significa la grazia divina, che Dio  perdonando restituisce al peccatore pentito coll’aggiunta di nuovi doni celesti,  come spiegano s. Girolamo e s. Agostino: Et date annulum in manum  eius, dategli l’anello di sposa, poiché l’anima ricuperando la grazia di  Dio ritorna ad essere sposa di Gesù Cristo. Et adducite vitulum  saginatum, et occidite, et manducemus et epulemur: portate il vitello  ingrassato, che significa Gesù sacramentato, misticamente sacrificato ed ucciso  nell’altare, cioè la s. comunione: Via su, dice, facciamo  festa, manducemus et epulemur. Ma perché, o Padre divino, tanta  festa per il ritorno d’un figlio che vi è stato così  ingrato? Quia, egli risponde, hic filius meus mortuus  erat et revixit, perierat et inventus est; io fo festa, perché questo mio  figlio era morto per me, ed ora è risorto; per me era perduto, ed ora l’ho  ritrovato.
Questa tenerezza poi di  Gesù Cristo ben la sperimentò quella donna peccatrice, che s. Gregorio vuole  essere stata s. Maria Maddalena, la quale un giorno andò a gittarsi a’ piedi di  Gesù Cristo, come si legge in s. Luca, e gli lavò i piedi colle sue  lagrime; onde il Signore tutto dolcezza a lei rivolto la consolò  dicendole: Remittuntur tibi peccata… Fides tua te salvam fecit, vade in  pace. Figlia, ti sieno rimessi i tuoi peccati, la confidenza che hai avuta  in me ti ha salvata, va in pace. La sperimentò ancora quel povero infermo di  trent’otto anni, che era infermo di corpo e d’anima: il Signore lo sanò dal suo  male, e gli perdonò i suoi peccati; onde poi gli disse: Ecce sanus  factus es: iam noli peccare, ne deterius tibi aliquid  contingat. La sperimentò ancora quel lebbroso, il  quale disse a Gesù Cristo: Signore, se voi volete, potete  sanarmi: Domine, si vis potes me mundare. E Gesù  rispose: Volo, mundare: come dicesse: sì che voglio, mentre a  questo fine sono sceso dal cielo per consolare tutti: sii guarito come desideri;  e così nello stesso punto avvenne: Et confestim mundata est lepra  eius.

La sperimentò ancora la  donna adultera, che dagli scribi e farisei fu presentata a Gesù Cristo: questi  gli dissero: nella legge di Mosè sta ordinato che tali donne debbano esser  lapidate; tu dunque che ne dici? In lege autem Moyses mandavit nobis  huiusmodi lapidare. Tu ergo quid dicis? E ciò, come  scrive s. Giovanni, lo dissero per tentarlo a rispondere, affinché poi potessero  accusarlo come trasgressor della legge se rispondea che si dovesse liberare, o  per far perdere a lui il nome di mansueto se rispondea che si dovesse  lapidare: Si dicat lapidandam (spiega s.  Agostino), famam perdet mansuetudinis; sin dimittendam,  transgressae legis accusabitur. Ma il Signore che rispose? Non disse né  l’uno né l’altro, ma chinandosi scrisse col dito sulla terra: Iesus  autem inclinans se deorsum, digito scribebat in terra. Questo scritto sulla  terra, dicono gl’interpreti, che verisimilmente era qualche sentenza di  scrittura, la quale ammoniva gli accusatori de’ proprj peccati, ch’erano forse  maggiori di quello della donna, e poi disse loro: chi di voi è senza peccato,  sia il primo a lapidarla: Qui sine peccato est vestrum, primus in illam  lapidem mittat. Ma quelli, come narra il Vangelista, l’uno dopo l’altro se  ne uscirono, e restò ivi solamente la donna, a cui rivolto Gesù Cristo  disse: Nemo te condemnavit… nec ego te condemnabo; vade, et iam amplius  noli peccare. Or via, le disse, giacché niuno di costoro ti ha condannata,  non pensare che abbia a condannarti io che non sono venuto in terra a condannare  i peccatori, ma a perdonarli e salvarli: va in pace e da qui avanti non  commettere più peccati.
No che non è venuto Gesù  Cristo per condannare i peccatori, ma per liberarli dall’inferno sempreché  vogliano emendarsi. E quando li vede ostinati a volersi perdere, egli quasi  piangendo dice loro per Ezechiele: Et quare moriemini  domus Israel? Come volesse dire: figli miei, e perché volere morire, perché  volere andare all’inferno, quando io son venuto dal cielo a liberarvi colla  morte da quest’inferno? E poi soggiunge per lo stesso profeta: voi siete già  morti alla divina grazia, ma io non voglio la vostra morte; ritornate a me, ed  io vi restituirò la vita che miseramente voi avete perduta: Quia nolo  mortem morientis, dicit Dominus Deus; revertimini et vivite.  Ma qualche peccatore, che si ritrova troppo aggravato da’ peccati, dirà: ma chi  sa se Gesù Cristo mi discaccia? No, gli risponde Gesù Cristo: Eum qui  venit ad me, non eiiciam foras. Niuno che viene a me pentito  dei peccati fatti, sarà da me discacciato, ancorché le sue colpe fossero molte  ed enormi.
Ecco come il nostro  Redentore in altro luogo ci dà animo di andare a’ suoi piedi, con sicura  speranza di essere consolati e perdonati: Venite,  dice, ad me omnes, qui laboratis, et onerati estis, et ego reficiam  vos. Venite a me tutti, poveri peccatori che faticate per  dannarvi e gemete sotto il peso delle vostre iniquità; venite, ed io vi libererò  da tutte le vostre angustie. Ed in altro luogo giunge a dirci: Venite,  et arguite me, dicit Dominus, si fuerint peccata vestra ut coccinum, quasi nix  dealbabuntur. Venite pentiti delle offese che mi avete fatte,  e se io non vi perdono, arguite me; come dicesse, prendetevela con  me, e rimproveratemi qual mentitore, mentr’io vi prometto che quantunque i  peccati vostri fossero neri come la semenza di cremisi (viene a dire, ancorché  fossero orrendi ed enormissimi) la vostra coscienza, per mezzo del sangue mio,  con cui la laverò, diventerà candida e bella come la neve.
Presto, peccatori,  fratelli miei, torniamo a Gesù Cristo se l’abbiamo lasciato; presto, prima che  ci colga la morte in peccato e restiamo condannati all’inferno, dove tutte  queste misericordie che ci usa il Signore, saranno, se non ci emendiamo, tante  spade che ci lacereranno il cuore per tutta l’eternità.
(Sant’ Alfonso Maria De Liguori)