venerdì 21 dicembre 2018

GLI ATTI DEGLI APOSTOLI SFATANO I LUOGHI COMUNI DEI PROGRESSISTI E DEI NEOPAGANI SUL CRISTIANESIMO

di Don Curzio Nitoglia



Predica di San Pietro




Introduzione

I progressisti e i neopagani son soliti presentare il Cristianesimo (specialmente quello primitivo e pre-costantiniano) come una religiosità pacifista, buonista, rivoluzionaria, democratica, socialistoide, per i soli poveri, giudaizzante, modernista ed egualitarista. Ora gli Atti degli Apostoli (scritti da S. Luca, divinamente ispirato, attorno al 60 d. C.) ci narrano la vita dei primi Cristiani e degli Apostoli dall’Ascensione sino alla prigionia di S. Paolo a Roma dal 61 al 63. Quindi, se vogliamo capire quale fosse la dottrina e la pratica religiosa dei primi Cristiani dobbiamo studiare gli Atti.

Cristianesimo primitivo giudaizzante? - Il deicidio

San Pietro nel 33, sùbito dopo la Pentecoste, tenne il suo primo discorso ai Giudei e disse: “Gesù Nazareno […] essendo stato tradito, voi trafiggendolo per le mani lo uccideste” (Atti, II, 23).

Come si vede S. Pietro affermò che i Giudei avrebbero dovuto ammettere la messianicità e divinità di Cristo, avendo visto i suoi miracoli. Invece, essendo stato tradito da Giuda dietro istigazione del Sinedrio, fu consegnato ai Giudei e questi, servendosi dei Romani come di uno strumento, lo misero in croce e lo uccisero.
 Padre Marco Sales commenta: “Quale intrepidezza in Pietro nell’accusare pubblicamente i Giudei di essere i veri responsabili della morte di Gesù, e nell’affermare che i Romani furono semplici strumenti della loro malvagità” (Commento a Gli Atti degli Apostoli, Proceno di Viterbo, Effedieffe, 2016, p. 28, nota 23).
Quindi il filo-giudaismo e l’anti-romanità del Cristianesimo primitivo sono confutati sin dalle prime pagine degli Atti, che da una parte insegnano chiaramente la responsabilità dei Giudei e non dei soli Sinedriti nel deicidio, mentre dall’altra mostrano come i Romani avessero cercato di scagionare i Cristiani dalle accuse giudaiche.

S. Pietro rimproverò ancora una volta i Giudei di aver crocifisso Gesù: “Uomini Israeliti […]. Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei padri nostri ha glorificato il suo Figlio Gesù, il quale voi avete tradito e rinnegato davanti a Pilato. Quando questi aveva giudicato di liberarlo. Ma voi rinnegaste il santo e il giusto, e chiedeste che vi fosse dato per grazia un omicida. E uccideste l’Autore della vita” (III, 12-15).
Anche in questo passo Pietro disse apertamente che i Giudei avevano ucciso Cristo e poi li esortò a fare penitenza (vv. 17-26). Egli spiegò che avevano tradito Gesù consegnandolo, come se fosse un malfattore, in mano al magistrato romano. Inoltre negarono, davanti a Pilato, che Gesù fosse il Messia, mentre Pilato lo aveva riconosciuto innocente e lo voleva liberare, ma essi gli preferirono un assassino: Barabba. In terzo luogo Pietro accusò specialmente i capi del Sinedrio di aver condannato Gesù: “Prìncipi del popolo e seniori, ascoltate […] nel nome del Signore nostro Gesù Cristo Nazareno che voi crocifiggeste” (IV, 10). 
Padre Sales chiosa: “Quali effetti prodigiosi ha prodotto lo Spirito Santo in S. Pietro! Egli, povero pescatore così timido, parla con tanta franchezza, con tanto coraggio e tanta sapienza che gli stessi membri del Sinedrio restano confusi. […]. S. Pietro rende così testimonianza a Gesù davanti al più alto consesso della nazione, affermando nuovamente la colpa di Israele nella morte di Gesù” (cit., p. 37, nota 8-10).


Le persecuzioni giudaiche contro i Cristiani

Comunemente si dice che i Romani perseguitarono i Cristiani, in realtà le prime persecuzioni furono suscitate e dirette dai Giudei, che in molti casi le fecero eseguire ai Romani. Abbiamo visto come S. Luca riveli che Pilato voleva mandar libero Gesù (III, 12), mentre i Giudei gli preferirono Barabba e condannarono a morte Gesù, facendo eseguire la sentenza da Roma.
Inoltre gli Atti ci narrano le prime persecuzioni subite dagli Apostoli: “Mentre gli Apostoli (Pietro e Giovanni) parlavano al popolo, sopraggiunsero i sacerdoti, il magistrato del tempio e i Sadducei, crucciati che istruissero il popolo e annunziassero in Gesù la risurrezione dalla morte: e misero loro le mani addosso e li fecero custodire per il giorno seguente. […]. Affinché non si divulghi maggiormente tra il popolo, proibiamo loro con gravi minacce di non parlare più nel nome di Gesù” (IV, 1-17).
Il motivo della persecuzione è sempre lo stesso: la divinità di Cristo. Roma, religiosamente tollerante, non si curava assolutamente di avere una divinità in più e non proibiva la predicazione di Gesù, ma i Giudei la ritenevano una bestemmia da punire con la morte. Di qui tutte le persecuzioni contro Gesù stesso e poi contro gli Apostoli, con il martirio di S. Stefano (35 d. C.) e di S. Giacomo (42 d. C.).
Nel capitolo successivo degli Atti si legge che i sacerdoti fecero arrestare i due Apostoli una seconda volta (V, 17-25), ma “L’Angelo del Signore di notte tempo aprì le porte della prigione e condottili fuori disse loro: Andate e state nel tempio a predicare al popolo”.
Nel capitolo VI (vv. 8-15) si legge la condanna alla lapidazione di S. Stefano da parte del Sinedrio avvenuta appena 2 anni dopo la crocifissione di Gesù.  Dopo la lapidazione di Stefano (descritta nel capitolo VII) gli Atti ci parlano della “Grande persecuzione contro la Chiesa che era in Gerusalemme” (VIII, 1).
Padre Sales commenta: “L’odio furioso dei Giudei non fu pago del sangue di una vittima, ma proruppe in una persecuzione violenta contro tutta la comunità cristiana di Gerusalemme” (cit., p. 58, nota 1).

Al capitolo XII degli Atti ci viene narrato il martirio di S. Giacomo il Maggiore, fratello di S. Giovanni l’Evangelista, che morì decapitato nel 42 in Gerusalemme. Il testo sacro recita: “In quel tempo il re Erode cominciò a maltrattare alcuni della Chiesa. E uccise di spada Giacomo fratello di Giovanni. E vedendo che ciò dava piacere ai Giudei, aggiunse di far catturare anche Pietro” (XII, 1-2). In realtà Pietro fu fatto imprigionare, ma fu liberato miracolosamente da un Angelo (XII, 7). Nel 58 anche S. Paolo fu fatto arrestare dal Sinedrio, che avrebbe voluto lapidarlo, ma Paolo fu salvato dal tribuno romano Claudio Lisia che fece intervenire immediatamente i suoi soldati (XXI, 27-40).

Cristianesimo socialista?

Molti asseriscono che i primi Cristiani vivevano in una specie di regime comunista, in cui tutti i beni venivano messi in comune e la proprietà privata era stata abolita. Tuttavia, se leggiamo bene gli Atti vediamo che le cose non stanno esattamente così. Infatti S. Luca rivela che “tutti i credenti erano uniti e avevano tutto in comune. E vendevano le possessioni e i beni, e distribuivano il prezzo a tutti, secondo il bisogno di ciascuno” (II, 44-45).
Questi due versetti vanno bene interpretati e letti alla luce degli altri passi paralleli degli Atti. Essi dicono che i Cristiani cercavano di stare assieme specialmente nelle ore di preghiera, conducevano una vita di famiglia, avendo tutto in comune, simile a quella che Gesù aveva condotto con i suoi Apostoli.
I Cristiani ricchi (il Cristianesimo non è la religione dei soli poveri) vendevano i beni che avevano e col guadagno ricavatone sollevavano gli altri Cristiani dalla povertà.
Attenzione! S. Luca non dice che i Cristiani erano obbligati a vivere in comune e a vendere tutti i loro beni, ma che molti di loro sceglievano liberamente questo genere di vita, simile a quello delle comunità monastiche, senza che la comunanza di vita fosse obbligatoria né assoluta.
Inoltre negli Atti si legge anche che Maria, madre dell’Evangelista Marco, accolse nella sua casa i fedeli (XII, 12). Quindi la proprietà privata era lecita, mentre la scelta della vita in comune era libera. Vediamo bene il testo sacro: “Pietro andò alla casa di Maria madre di Marco, dove stavano congregati molti (Cristiani) e facevano orazione”.
Padre Sales commenta: “Maria doveva essere di condizione piuttosto agiata, se poteva fare una chiesa della sua casa” (cit., p. 77, nota 12). Quindi Maria aveva mantenuto la proprietà della “sua” casa ed essa era talmente grande da poter ospitare “molti” Cristiani per pregare assieme.
Infine, nell’episodio di Anania e Saffira (V, 4), S. Pietro dice ad Anania che avrebbe potuto ritenere per sé il campo venduto o il prezzo ricavatone. Vediamo bene il testo: “Un certo uomo di nome Anania con Saffira sua moglie vendette un podere, e d’accordo con sua moglie ritenne parte del prezzo: e portatane una porzione, la pose ai piedi degli Apostoli. E Pietro disse: Anania, come mai Satana tentò il cuor tuo da mentire allo Spirito Santo e ritenere il prezzo del podere? Non è vero che conservandolo stava per te, e venduto era in tuo potere? Per qual motivo ti sei messo in cuore tal cosa? Non hai mentito agli uomini, ma a Dio”. Anania vendette liberamente il suo podere, e non era obbligato a farlo, poi per vanagloria finse di offrire a Dio, tramite gli Apostoli, tutto il prezzo ricavato. Ora gli Apostoli erano i messaggeri di Dio. Quindi mancare di sincerità verso loro significava mentire a Dio. È per questo motivo che Anania venne ripreso da Pietro.
Padre Sales commenta: “Anania era assolutamente padrone del denaro ricavato; poteva ritenerlo in tutto o in parte come voleva senza commettere alcun peccato; tutta la sua colpa sta nel fatto di aver mentito dicendo agli Apostoli di offrire l’intero prezzo, mentre invece non ne offriva che una parte. Dal rimprovero di Pietro si rende sempre più manifesto che non era cosa di obbligo spogliarsi degli averi, che si fossero posseduti” (cit., p. 40, nota 4).
Ancora una volta S. Luca ci dice che i Cristiani “erano un solo cuore e una sola anima: e né vi era chi dicesse essere sua alcuna delle cose che possedeva, ma tutto tra essi era comune. […]. E non vi era alcun bisognoso tra di essi. Mentre tutti coloro che possedevano case o terreni li vendevano e portavano il prezzo delle cose venduta e lo deponevano ai piedi degli Apostoli e si distribuiva a ciascuno secondo il suo bisogno” (IV, 32-35).
Padre Sales commenta: “In forza di questa grande carità che vi era tra i Cristiani, è naturale che i ricchi ritenessero le loro sostanze come depositi affidati da Dio alla loro custodia, e si mostrassero pieni di generosità verso gli indigenti. […]. Vi erano tra i Cristiani alcuni poveri, ma venivano soccorsi dalla generosità dei ricchi, per modo che non erano propriamente bisognosi. Quanto alla dicitura ‘tutti coloro che possedevano’, non si devono prendere queste parole in un senso troppo stretto, quasi che tra i Cristiani ‘tutti’ si spogliassero delle loro possessioni, poiché sappiamo che la madre di Marco, benché cristiana, aveva una casa (XII, 12) e di più lo stesso S. Pietro affermò, davanti ad Anania e Saffira (XII, 14), che non era d’obbligo vendere le proprie sostanze. Tuttavia è certo che alcuni si spogliavano realmente di tutto ed altri vendettero solo parte dei loro beni per soccorrere il loro prossimo” (cit., pp. 39-40, nota 33-34). 

Come si vede il Cristianesimo apostolico non aveva nulla a che spartire con la dottrina comunista.

Cristianesimo democratico?

Gli Atti narrano che i Dodici Apostoli decisero di nominare dei Diaconi (VI, 1-7) di modo che questi ultimi si dedicassero al servizio dei bisognosi e i primi alla orazione e alla predicazione del Vangelo. Quindi sin dall’inizio la Chiesa risulta essere gerarchica, ossia costituita da membri che comandano e membri che ubbidiscono. Infatti i Dodici “fatta orazione imposero loro (ai Diaconi) le mani” (VI, 6).
Padre Sales commenta: “Per il fatto stesso che l’imposizione delle mani è qui accompagnata dall’orazione liturgica e che agli eletti viene affidata anche la predicazione del Vangelo (VI, 10; VIII, 5) è chiaro che con questo rito gli Apostoli non intesero solo di dare una benedizione qualunque, ma vollero consacrare gli eletti a Dio per il ministero della Chiesa e conferire loro una parte di quell’autorità che essi avevano ricevuto da Gesù Cristo. L’imposizione delle mani, congiunta con la preghiera, fu quindi una vera ordinazione, che conferì agli eletti l’autorità e la grazia necessaria per adempiere degnamente le funzioni del loro ministero. Queste funzioni non erano solo di servire alle mense e occuparsi delle cose temporali, ma anche di distribuire la SS. Eucarestia e di predicare il Vangelo. Gli investiti di tali funzioni vennero chiamati Diaconi” (cit., p. 46, nota 6). Quindi si vede bene che la Chiesa sin dall’inizio era gerarchica e non democratica, composta di fedeli, Diaconi, Presbiteri, Apostoli sotto un solo Capo: Pietro. E quando sorse il problema dogmatico, se per salvarsi occorresse osservare ancora il cerimoniale del Vecchio Testamento, gli Apostoli salirono a Gerusalemme, si riunirono in Concilio (nel 50), in cui Pietro definì che bastava la fede in Cristo accompagnata dalle buone opere (XV, 1-34).

“È un fatto storico incontestabile che già nel II secolo le comunità cristiane erano rette da singoli vescovi” (A. LANG, Compendio di Apologetica, Casale Monferrato, Marietti, II ed., 1960, p. 346), ossia ogni diocesi aveva un solo vescovo. Questo è il mono-episcopato o l’episcopato monarchico diocesano subordinato a quello monarchico del romano Pontefice.

S. Ireneo da Lione († 202), discepolo di S. Policarpo († 167) che a sua volta era stato discepolo dell’Apostolo S. Giovanni, ha insegnato costantemente il valore fondamentale della Tradizione apostolica contro le eresie (specialmente lo Gnosticismo) che già funestavano la Chiesa e in pratica per stabilire ove risiedesse la vera Tradizione apostolica si fondava sulla successione ininterrotta dei vescovi dagli Apostoli.

Egli scriveva: “Noi possiamo enumerare i vescovi delle singole chiese particolari o diocesi nominati dagli Apostoli ed i loro successori sino ai tempi nostri” (S. IRENEO, Adv. haer., III, 3, 1). Ciò significa che al tempo di S. Ireneo ogni chiesa particolare o diocesi aveva un singolo vescovo.

Eusebio da Cesarea (265-339) nella sua Historia Ecclesiastica scriveva che verso il 150 i mono-episcopi detenevano dappertutto il governo delle singole diocesi. Egli ha narrato che l’eresia montanista  negava la Chiesa gerarchica fondata su Pietro e gli Apostoli e i loro successori (il Papa e i vescovi) e le contrapponeva la Chiesa profetica (errore ripreso dal millenarismo gioachimita e dal carismatismo protestantico). I singoli vescovi nelle loro diocesi e in concili provinciali combatterono questa eresia. Ciò dimostra come il mono-episcopato fosse non solo esistente, ma pienamente attivo sin dai primi anni della Chiesa (Hist. Eccles., V, 3, 4 ss.; VI, 12, 1 ss.).

S. Ignazio di Antiochia († 110) è l’autore che ci ha lasciato la testimonianza più importante sull’esistenza dell’episcopato monarchico dei vescovi nelle loro diocesi (Ephes., 3, 2): nelle comunità cristiane dell’Asia Minore tra la fine del I secolo e l’inizio del II esisteva già una netta divisione in tre gradi dell’ufficio gerarchico ecclesiastico: il mono-episcopato, il presbiterato e il diaconato e dovunque il singolo vescovo esercitava la piena giurisdizione sulla sua diocesi. “Il vescovo unico è l’immagine del Padre” (Trall., 3, 1). Quel che è molto interessante è il fatto che S. Ignazio non spiegava l’origine del mono-episcopato, né lo motivava o lo giustificava perché secondo lui era un fatto stabile, già definito e tradizionale.

La Chiesa non è una evoluzione autoritaria delle primitive e spontanee comunità cristiane a base carismatica e democratica. Essa risale alla divina Istituzione da parte di Gesù Cristo. La Chiesa primitiva e le prime diocesi non poggiano su un potere conferito loro dal basso, ossia dalla comunità dei fedeli, ma su un potere che viene dall’Alto. Il governo della Chiesa è sin da principio di natura autoritaria, monarchica (cfr. R. SOHM, Kirchenrecht, Leipzig, 1892, vol. I, p. 54). Tutti i poteri, le grazie e le verità arrivano alla Chiesa da Cristo come fonte tramite gli Apostoli come canali, che hanno una successione ininterrotta per divina Istituzione tramite i Papi e i vescovi. La successione apostolica e petrina è essenziale per la Chiesa (TERTULLIANO, De praescr. haeret., 32, 1; S. IPPOLITO, Philosophumena, I, pref.; EUSEBIO DA CESAREA, Hist. Eccl., VI, 43, 8-9).

Cristianesimo buonista?

Nel caso, già visto, di Anania e Saffira (V, 1-11) si legge anche che S. Pietro li rimproverò per avere mentito a Dio e “udito che ebbe Anania queste parole cadde e spirò. E gran timore entrò in quelli che udirono. E si mossero alcuni giovani e lo tolsero di là e lo portarono a seppellire” (V, 5-6). Infatti “Anania sapeva che gli Apostoli erano come gli organi dello Spirito Santo e che mancare di sincerità verso di loro era un mentire a Dio. Anania era assolutamente padrone del denaro ricavato dalla vendita del suo terreno; tutta la sua colpa consisté nell’aver mentito dicendo il falso. […]. Con questo esempio terribile [della morte repentina di Anania, ndr] Dio volle far vedere quanto aborrisca la menzogna e il sacrilegio e volle pure rendere più rispettabile la persona e l’Autorità dei suoi Apostoli” (M. SALES, cit. p. 40, nota 3-4).
Lo stesso avvenne a Saffira (la moglie di Anania). Padre Sales commenta: “Alcuni Padri hanno pensato che Dio, infliggendo un sì terribile castigo temporale ai due coniugi, abbia voluto risparmiare loro la vita eterna” (cit., p. 41, nota 11). Certamente l’atteggiamento di S. Pietro e di Dio non è buonista, ma sommamente giusto e nello stesso tempo misericordioso.

La giustizia e la severità di Dio appaiono anche nella descrizione della morte di Erode Antipa (XII, 23), che si compiacque di essere onorato e adulato come Dio, ma “ad un tratto l’Angelo del Signore percosse Erode perché non aveva dato gloria a Dio: e, roso dai vermi, spirò”.
Padre Sales commenta: “L’Angelo della vendetta di Dio sùbito lo punì della sua arroganza. Anche Giuseppe Flavio narra che poco dopo aver ascoltato quella adulazione Erode fu colto da forti dolori di visceri, e in capo a 5 giorni morì, all’età di 54 anni. La sua morte avvenne nell’anno 44. Così il primo persecutore della Chiesa fu colpito da Dio con quella stessa malattia da cui era stato colpito il profanatore del tempio: Antioco Epifane” (cit., p. 78, nota 23).

Un altro esempio di severità e assenza di buonismo presso i primi Cristiani lo troviamo nel processo intentato dal Sinedrio (ancora una volta non sono i Romani a perseguitare i Cristiani, ma i Giudei) a S. Paolo nel 58 (XXIII, 1-10). Infatti mentre Paolo veniva interrogato, “Anania, il principe dei sacerdoti, ordinò ai circostanti che lo percuotessero nella bocca” (XXIII, 2). Ma S. Paolo rispose: “Iddio percuoterà te, sepolcro imbiancato. Tu siedi per giudicarmi secondo la legge e, contro la legge, ordini che sia percosso?” (v. 3). In realtà Anania morì assassinato 8 anni dopo da un sicario nel 66 (GIUSEPPE FLAVIO, Guerra Giudaica, II, 7, 9).
Le parole di Paolo “non esprimono un desiderio di vendetta, ma una minaccia della giustizia di Dio, che non lascerà impunito l’oltraggio ricevuto. Inoltre S. Paolo definisce ‘sepolcro imbiancato’ Anania perché realmente era apparentemente senza macchie al di fuori, ma pieno di iniquità e di ipocrita perfidia al di dentro. Infatti mentre sembrava agire per amor di giustizia, si lasciava trasportare dall’odio, ledendo la giustizia” (M. SALES, cit., p. 135, nota 2-3).
Inoltre quando “i circostanti dissero a Paolo: Tu oltraggi il Sommo Sacerdote di Dio?” (v. 4) l’Apostolo rispose: “Fratelli, io non sapevo che egli è il Principe dei Sacerdoti” (v. 5). Secondo gli esegeti “Paolo parlerebbe con ironia: Non sapevo che fosse Sommo Sacerdote costui, che in modo così aperto vìola la legge” (M. SALES, cit., p. 135, nota 5).
Anche qui è assente ogni ombra di spirito buonista e pacifista.

Cristianesimo anti-complottista?

Sempre negli Atti (XXIII, 12-15) si legge la narrazione del complotto che ordirono i Giudei contro S. Paolo. Infatti mentre l’Apostolo veniva giudicato dal Sinedrio, il tribuno romano (Lisia) lo salvò e lo fece portare al sicuro in una fortezza per paura che i Giudei “lo facessero a pezzi” (v. 9). Allora “si riunirono alcuni dei Giudei e giurarono sopra di sé, dicendo che non avrebbero mangiato né bevuto, finché non avessero ucciso Paolo. Ed erano più di quaranta quelli che avevano fatto questa congiura” (v. 12-13).
Appare chiara, nella divina Rivelazione, la narrazione del complotto ordito dalla “Sinagoga di Satana” (Apoc., II, 9) contro il Cristianesimo sin dai suoi primi anni di vita e come, quindi, il Cristianesimo sia alieno da ogni tendenza anti-complottista.

Cristianesimo antiromano?

S. Paolo nel 58 venne trascinato davanti al tribunale romano in Cesarea dai Giudei (XXIV, 1-9) e comparve davanti al tribuno Felice. Ora mentre i Giudei avrebbero voluto uccidere Paolo questi si appellò a Cesare per essere interrogato e giudicato dall’Imperatore romano, essendo Palo cittadino romano (XXV, 1-12). Si vede, quindi, che l’Apostolo ebbe più fiducia nell’Imperatore che nel Sinedrio. Inoltre quando S. Paolo nell’autunno del 60 partì da Cesarea, dopo esservi restato circa 2 anni (dal 58 al 60), su una nave per andare a Roma ed essere interrogato da Nerone, venne consegnato ad un centurione romano di nome Giulio (XXVII, 1), che “lo trattò umanamente, gli permise di andare a trovare i Cristiani [nei vari scali fatti dalla nave, ndr] e di ristorarsi” (XXVII, 3). Quando Paolo, dopo varie peripezie, giunse a Roma nella primavera del 61 (XXVIII, 16) gli “fu permesso di starsene da sé con un soldato che lo custodiva”.
Padre Sales commenta: “Le buone informazioni date dal tribuno Festo nella lettera con cui aveva fatto accompagnare Paolo a Roma e i buoni uffizi del centurione Giulio, fecero sì che l’Apostolo venisse trattato con molta indulgenza, e invece di essere relegato in una prigione, potesse rimanere da sé presso qualche cristiano, oppure in qualche casa d’affitto sotto la continua custodia di un soldato pretoriano. […]. Il soldato di guardia veniva cambiato spesso e così Paolo ebbe occasione di far conoscere il Vangelo a molti pretoriani (cfr. Filipp., I, 12).
Paolo consacrò i primi giorni della sua permanenza in Roma sia a riposarsi alquanto dal lungo viaggio e sia ad istruire e confortare i Cristiani; ma poi il suo pensiero si portò ai Giudei e fatti chiamare i membri principali della comunità ebraica romana, spiegò loro il motivo per cui si trovava in catene. Inoltre disse loro che ha voluto vederli per predicare loro che il Messia è venuto (v. 20). Parecchi Giudei di Roma si fecero Cristiani, mentre altri (la maggior parte) rimasero nell’incredulità. Ora gli increduli cominciarono a contraddire e ad opporsi a quelli che avevano creduto in Gesù e così nacque una rissa tra di loro (v. 24), allora Paolo disse ai Giudei: “Il cuore di questo popolo è diventato insensibile e sono duri d’orecchie ed hanno chiuso i loro occhi: onde non vedano, non odano, non intendano e non si convertano. Vi sia quindi noto come alle Genti è stata mandata la salvezza di Dio ed essi l’ascolteranno” (v. 26-28).

Paolo a Roma dal 61 al 63 “dimorò due anni interi nella casa che aveva preso a pigione e riceveva tutti quelli che andavano da lui, predicando il regno di Dio e insegnando le cose spettanti al Signore Gesù con ogni libertà, senza che gli fosse proibito” (v. 30-31). Dopo questi due anni Paolo fu rimesso in piena libertà. Come si vede Roma trattava gli Apostoli molto meglio dei Giudei.

Conclusione

Appare chiaro che il Cristianesimo fattoci conoscere dalla divina Rivelazione è molto diverso da quello predicato dai progressisti o dai neopagani. Il mito di un Cristo e di un Cristianesimo pacifista, imbelle, antiromano, filogiudaico, socialistoide, democratico è stato ampiamente sfatato dalla lettura degli Atti degli Apostoli.
Il Vangelo predicatoci dai modernisti non è quello della divina Rivelazione. Ora S. Paolo ha scritto: “Se anche un Angelo o noi stessi vi predicassimo un Vangelo diverso da quello che vi è stato tramandato, sia anatema” (Gal., I, 8). Quindi evitiamo ogni lettura e interpretazione “rivoluzionaria” del Cristianesimo quale setta giudaica, anarchica, anti-imperiale, che sarebbe diventato “romano” solo con Costantino.

tratto da: http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV2727_Nitoglia_Vero_cristianesimo_originario.html

lunedì 19 novembre 2018

Omelia di Don Davide Pagliarani Superiore Generale della Fraternità San Pio X

                                               Omelia di Don Davide Pagliarani
                      Superiore Generale della Fraternità San Pio X

                       per il pellegrinaggio di Cristo Re a Lourdes

                                              28 ottobre 2018
       


         




In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, così sia.

E’ una gioia enorme poter celebrare la festa di Cristo Re in questo luogo benedetto dove la terra e il cielo si toccano, dove la terra e il cielo si sono toccati 160 anni fa, e dove si continuano a toccare.
Se si va a vedere, queste due verità, questi due misteri, questi due dogmi della nostra fede che festeggiamo oggi – Cristo Re e l’Immacolata Concezione -, se si va a vedere hanno un legame molto stretto.
Della regalità di Nostro Signore si parla spesso nella Sacra Scrittura, e San Paolo in particolare ne parla più volte. Io vorrei meditare con voi alcuni istanti su un passo in particolare, in cui San Paolo ci descrive in dettaglio cosa dev’essere, qual è oggi la missione di Nostro Signore, come Nostro Signore vuole esercitare la Sua regalità che è eterna, adesso, prima della fine dei tempi, nella storia.
San Paolo ci dice che Nostro Signore rimetterà, il giorno della Resurrezione, alla fine dei tempi, rimetterà il regno a Suo Padre, dopo aver annientato tutti i principati, tutte le dominazioni e tutte le potenze di questo mondo. E San Paolo aggiunge che bisogna che Egli regni fino a che abbia messo tutti i Suoi nemici sotto i Suoi piedi (I Cor. 15, 24-25).
Ecco dunque l’obiettivo di questa regalità che è eterna, ma che si esercita adesso nel tempo, in un senso molto specifico, molto particolare. E’ una regalità di conquista, è una regalità militante, guerriera, di Nostro Signore, il cui obiettivo è distruggere tutto ciò che si oppone al regno di Dio.
«L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte.» (I Cor. 15, 26), la morte, che è la conseguenza diretta del peccato; in questo senso, essa è il primo nemico di Nostro Signore, Egli la distruggerà per sempre il giorno della resurrezione dei morti.

Ma San Paolo va anche più lontano. Perché bisogna distruggere tutti questi nemici? Perché non vi si può vivere insieme? Perché non esercitare questa regalità – che è in se stessa una regalità di pace – perché non esercitarla nella pace, nell’armonia col mondo intero? Perché non esercitarla nell’armonia col mondo? Perché non è possibile? San Paolo lo dice: bisogna distruggere tutti questi ostacoli «perché Dio sia tutto in tutti.» (I Cor. 15, 28).
Ecco riassunto in maniera molto semplice e molto radicale – come tutto ciò che è vivente: semplice e radicale al tempo stesso – il programma, lo scopo dell’esercizio di questa regalità di Nostro Signore, qui sulla terra. Esso permette che Dio sia tutto in tutti, a poco a poco, con una conquista progressiva, incessante, è la preparazione al Paradiso.
La vita eterna non è altro che Dio diffuso in tutti. E Dio, è evidente, Dio per natura riempie tutto. Un Dio che non vorrebbe riempire tutto, un Dio che non vorrebbe dominare su ogni anima, su ogni popolo, e in ogni parte dell’anima e della persona, un Dio che non vorrebbe riempire tutto e tutti, non sarebbe Dio. Per natura Dio è il Signore di tutto, Egli vuole regnare su tutto e su tutti.

Allora, miei cari fratelli, si comprende bene, questo programma molto semplice e molto radicale, che è il programma di Nostro Signore, questo mandato di Nostro Signore che terminerà senza che cessi la sua regalità, questo mandato che terminerà alla fine dei tempi, quando – ci dice San Paolo – Nostro Signore stesso si sottometterà al Padre, offrendoGli questo regno conquistato nel corso della storia, questo programma di Nostro Signore è il programma della Chiesa. Nostro Signore non può andare in un senso e la Sua Sposa in un altro. Questo programma che riassume tutta la missione di Nostro Signore, riassume anche tutta la missione della Chiesa.
Bisogna riconoscerlo con tristezza, è da questo programma magnifico che gli uomini di Chiesa si allontanano. Perché se ne allontanano? Perché questo programma di conquista è l’annientamento di tutto ciò che si oppone al regno di Nostro Signore. Questo programma non può piacere al mondo, è impossibile. E’ dunque è lo spirito del mondo che penetra nella Chiesa. Il modernismo non è altro. La radice della crisi attuale sta in questo. E si può dire che è solamente là, unicamente là.

Come Nostro Signore, Re, ha una sola missione, così la Chiesa ha una sola missione, la stessa: conquistare tutto a Lui, per Lui. Ugualmente, tutti i mali di cui soffre oggi la Chiesa hanno là la loro radice. E dunque ciò che bisogna distruggere, cercare di distruggere, di annientare – questa potenza del mondo, questo spirito del mondo di cui parla San Paolo – non sono dei nemici, ma degli amici; e da qui la nascita di questo cristianesimo moderno, la produzione di questa nuova concezione della Chiesa, della sua missione: un cristianesimo senza croce, senza sacrificio, senza combattimento, senza desiderio di convertire le anime, di conquistarle a Nostro Signore; in una parola: un cristianesimo senza Cristo Re.
E quindi si capisce, e direi si comprende bene, perché questo dogma della nostra fede, questa verità della regalità di Nostro Signore che è così profonda, era così cara a Mons. Lefebvre. Egli aveva capito che in questa nozione è riassunta tutta la nostra battaglia, è richiamato tutto il nostro combattimento, e tutti i nostri nemici sono individuati.

Ma allora, come vivere nel quotidiano questa verità, nella sua integralità, nella sua bellezza? Bisogna che Nostro Signore sia prima di tutto in noi stessi, in ciascuno di noi. Se noi vogliamo riconquistare con questa verità la Chiesa, e il mondo, è necessario che Nostro Signore sia tutto in noi stessi. E bisogna essere realisti: il demonio ci conosce uno per uno, per nome e cognome, conosce la nostra personalità; egli ci studia, conosce i nostri punti deboli. Egli sa molto bene che lo spirito del mondo può penetrare anche in noi, anche in mezzo a noi, anche nelle nostre famiglie, in ciascuno di noi – lo sa molto bene. Certo, senza rinunciare ai princípi della regalità di Nostro Signore, ma giorno dopo giorno, con il tempo, con la fatica, con le delusioni, la nostra anima, la nostra volontà può indebolirsi; e questa festa c’è proprio per ricordarci che questo combattimento è il combattimento per il Paradiso. La regalità di Nostro Signore è fatta per preparare in questa valle di lacrime il Paradiso, dove Nostro Signore sarà tutto in tutti per sempre. Tutti i nemici saranno schiacciati per sempre.
Allora, bisogna che Egli occupi tutto nelle nostre persone: la volontà, i nostri progetti, il cuore. «Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore» (Lc. 12, 34); e questo tesoro non può che essere uno, non può che essere Nostro Signore. E’ questa la grazia che bisogna chiedere oggi alla Madonna, all’Immacolata: che Nostro Signore sia tutto, che Egli sia il solo amore, il solo oggetto del nostro cuore, della nostra volontà, e che tutto il resto si organizzi, si orienti in funzione di questo amore, che occupa tutto lo spazio.
Rivendichiamo, dunque, rivendichiamo questi diritti di Nostro Signore prima di tutto in noi stessi.

Non bisogna avere paura! Non bisogna avere paura di questa guerra di cui parla San Paolo; questa battaglia di Nostro Signore, di Nostro Signore Re, è anche la nostra, perché è la battaglia della Chiesa, tanto più che la Chiesa di oggi, gli uomini di Chiesa di oggi, hanno abbandonato questa battaglia; ancor meglio, noi dobbiamo rivendicare questi diritti assoluti di Nostro Signore su noi stessi, senza aver paura di vivere questo stato di guerra.
E qual è il mezzo per vincere? Qual è il mezzo per non scoraggiarsi, per non sbagliarsi? Qual è il mezzo per arrivare fino alla fine? Ve n’è solo uno, ve n’è solo uno. Ed è esattamente lo stesso mezzo col quale Nostro Signore ha cominciato la Sua battaglia e che Egli continua fino alla fine dei tempi, e questo mezzo è la Croce.
Questa Croce, questi sacrifici, questo spirito di sacrificio che è profondamente cattolico, profondamente cristiano, e che oggi non esiste più; e in questa illusione si è costruito, come si è detto, un nuovo cristianesimo senza la Croce e senza il sacrificio.

E noi viviamo oggi, in particolare in questi ultimi anni, in questi ultimi mesi, vediamo nel mondo intero, in questo mondo apostata, in cui è stata abbandonata questa dottrina di Cristo Re e della Croce, noi vediamo perfettamente dove conduce tutto questo: a delle leggi, a delle proposte inimmaginabili, abominevoli, a delle idee che normalmente un cristiano non sa neanche che possano esistere, che possano essere concepite… leggi abominevoli con le quali l’uomo apostata, l’uomo moderno apostata, pretende di decidere ciò che solo Dio può decidere.

Allora, non bisogna avere paura, ma bisogna tenere gli occhi aperti. Se noi siamo fedeli alla nostra fede, se siamo fedeli a Cristo Re, presto o tardi potrebbe cominciare una persecuzione contro di noi, con dei mezzi molto raffinati, senza che necessariamente sia una persecuzione sanguinosa. Il mondo oggi ha mille mezzi, mille mezzi a sua disposizione per attaccarci, per scoraggiarci. Bisogna capire che Satana sa molto bene che cos’è la regalità di Cristo. Egli conosce San Paolo molto meglio di noi. Egli sa molto bene che la missione di Nostro Signore, che la missione della Chiesa, è di sottomettere tutto a questa regalità, tutto, senza distinzioni: e dunque egli non può tollerare, non può sopportare questa idea, questa determinazione, questa volontà di consacrare tutto a Nostro Signore Gesù Cristo. Non lo può sopportare.

Allora, come non scoraggiarsi, se questo è vero? Come non scoraggiarsi?
La Provvidenza, come dicevo all’inizio,  fa sì che noi celebriamo qui questa festa, sotto il patronato della Vergine Santissima. E questo è particolarmente significativo perché la Vergine Santissima, l’Immacolata Concezione, è quella porzione del regno di Nostro Signore in cui il demonio non è mai arrivato a mettere neanche un dito. E’ quella porzione scelta del regno di Nostro Signore in cui il demonio non ha mai avuto alcun potere, e mai lo avrà. E’ il modello perfetto dell’anima tutta consacrata a Nostro Signore, che vive unicamente per Nostro Signore, che è riempita unicamente di Lui, del Suo amore; in tutto ella condivide la Sua volontà in maniera la più perfetta; da cui tutti i suoi titoli, e soprattutto la sua missione nella Chiesa, la sua missione di Madre e Regina.

Padre Pio, interrogato una volta dai suoi fedeli che gli chiedevano delle spiegazioni sul perché insistesse tanto sulla consacrazione alla Vergine Santissima, perché non parlasse che di quello; alle spiegazioni che essi chiedevano, il padre diede questa risposta molto bella e soprattutto molto attuale, e disse ai suoi fedeli: «Verranno tempi abominevoli, con leggi abominevoli, peggiori dei tempi descritti nell’Apocalisse».
Ci siamo! Ci siamo, e forse non ce ne rendiamo conto a sufficienza, ma nei movimenti di questi ultimi anni vi è esattamente qualcosa di diabolico, di universale, il che è segno che ci sta dietro il demonio. Ebbene, il padre disse ai suoi fedeli: «Solo quelli che saranno, che si rifugeranno  nel Cuore della Vergine Santissima saranno in grado di sopravvivere, perché in questo Cuore il demonio non ha alcun potere e non ha mai avuto alcun potere».
E’ magnifico, è terribile e magnifico al tempo stesso. Questo ci mostra che, in particolare grazie alla Vergine Santissima, noi non mancheremo mai dei mezzi necessari per questo combattimento, questo combattimento che comincia nel quotidiano in noi stessi, questo combattimento che non è altro che il combattimento della Chiesa, il combattimento di Nostro Signore Gesù Cristo.
Mai mancheremo dei mezzi necessari per lottare come si deve, e soprattutto per vincere e  trionfare con Lei, con Nostro Signore Gesù Cristo.
Così sia.

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, così sia.






pubblicata sul sito francese della Fraternità San Pio X
La Porte Latine
         

sabato 13 ottobre 2018

Intervista al Superiore generale della Fraternità San Pio X

pagliarani davide fsspx intervista 2018



La Fraternità San Pio X ha in mano un tesoro

 Intervista a don Davide Pagliarani, Superiore generale della Fraternità San Pio X

Molto Reverendo Superiore generale, Lei è il successore di un vescovo che è stato a capo della Fraternità San Pio X per ventiquattro anni e che, per altro, L’ha anche ordinata sacerdote. Come si sente a succedergli?
Mi hanno già posto una domanda simile quando sono stato nominato rettore del seminario de La Reja, dato che due vescovi mi avevano preceduto nello stesso incarico. Diciamo che questa volta è un po’ più complicato!
Mons. Fellay è una personalità importante nella storia della Fraternità, visto che l’ha diretta per un periodo di tempo che corrisponde a metà della sua esistenza. Durante questo lungo periodo le prove non sono certo mancate, e tuttavia la Fraternità è sempre qui che porta alto lo stendardo della Tradizione. Ritengo che questa fedeltà della Fraternità alla sua missione è in qualche modo un riflesso della fedeltà del mio predecessore alla sua propria missione. Tengo a ringraziarlo a nome di tutti per questo.

Alcuni hanno comunque voluto vedere il Lei una personalità molto diversa da quella del Suo predecessore. C’è un punto rispetto al quale si sente veramente diverso?
Devo confessare – cum grano salis – che detesto in maniera irrimediabile tutti i mezzi elettronici, senza eccezione e senza possibilità di cambiare opinione, mentre Mons. Fellay è un esperto in materia…

Come vede la Fraternità San Pio X, che dovrà dirigere per dodici anni?
La Fraternità ha in mano un tesoro. Più volte è stato ripetuto che questo tesoro appartiene alla Chiesa, ma penso che si possa dire che appartiene di pieno diritto anche a noi: è nostro ed è per questo che la Fraternità è perfettamente un’opera di Chiesa, già adesso!
La Tradizione è un tesoro, ma per custodirlo fedelmente dobbiamo essere coscienti di essere dei vasi d’argilla. La chiave del nostro futuro è qui, nella consapevolezza della nostra debolezza e della necessità di vigilare su noi stessi. Professare la fede nella sua integrità non basta se le nostre vite non sono un’espressione fedele e concreta di questa integralità della fede. Vivere della Tradizione vuol dire difenderla, lottare per essa, battersi perché possa trionfare prima di tutto in noi stessi e nelle nostre famiglie, per poter poi trionfare nella Chiesa tutta.
Il nostro desiderio più sentito è che la Chiesa ufficiale cessi di considerare la Tradizione come un fardello o un mucchio di anticaglie obsolete, ma che guardi a essa come l’unica via possibile per rigenerarsi. Le grandi discussioni dottrinali, tuttavia, non saranno sufficienti a portare avanti quest’opera: abbiamo bisogno prima di tutto di anime che siano pronte a ogni sorta di sacrificio. E questo vale per i consacrati così come per i fedeli.
Anche noi dobbiamo rinnovare sempre il nostro sguardo sulla Tradizione, non in modo puramente teorico, ma in maniera veramente soprannaturale, alla luce del sacrificio di Nostro Signore sulla Croce. Facendo così ci preserveremo da due pericoli opposti, che spesso si alimentano a vicenda: una certa stanchezza pessimista, se non disfattista, e un cerebralismo che inaridisce.
Sono convinto che sia questa la chiave per far fronte alle difficoltà che potranno presentarsi. Predicare il Vangelo, a tempo e fuor di tempo, con grande pazienza e istruendo sempre.

Anche per quanto riguarda il problema principale della crisi nella Chiesa?
Quali sono gli argomenti importanti oggi? Le vocazioni, la santificazione dei sacerdoti, la cura delle anime. La situazione drammatica della Chiesa non deve avere sulle nostre menti un impatto psicologico tale da impedirci di svolgere i nostri doveri. La lucidità non dev’essere paralizzante: quando lo diventa, si trasforma in tenebre. Guardare la crisi alla luce della Croce ci permette di mantenere la serenità e il dovuto distacco, entrambi indispensabili per garantirci la sicurezza del nostro giudizio.
La situazione attuale della Chiesa è quella di un tragico declino: crollo delle vocazioni, del numero di preti, della pratica religiosa, scomparsa della abitudini cristiane, del senso di Dio il più elementare, che oggi si manifestano – ahimè! – nella distruzione della morale naturale…
Ora, la Fraternità possiede tutti i mezzi per guidare il movimento di ritorno alla Tradizione. Più precisamente, dobbiamo far fronte a due esigenze:
  • da un lato, preservare la nostra identità, ribadendo la verità e denunciando l’errore: «Praedica verbum: insta opportune, importune: argue, obsecra, increpa, predica il Vangelo, insisti a tempo e fuor di tempo, riprendi, minaccia, esorta» (II Tim. 4, 2);
  • dall’altro, « in omni patientia, et doctrina, con grande pazienza e sempre istruendo » (ibidem): attirare alla Tradizione quelli che camminano in questa direzione, incoraggiarli, introdurli gradualmente alla lotta e a un’attitudine sempre più coraggiosa. Ci sono ancora delle anime autenticamente cattoliche, che sono assetate di verità. Non abbiamo il diritto di rifiutare loro il bicchiere d’acqua fresca del Vangelo assumendo un atteggiamento indifferente o altezzoso. Spesso queste anime finiscono per motivarci a loro volta con il loro coraggio e la loro determinazione.
Si tratta di due esigenze complementari, che non si possono separare: non si può privilegiare la denuncia degli errori nati dal Vaticano II a discapito dell’assistenza dovuta a coloro che prendono coscienza della crisi e che hanno bisogno di essere illuminati, né privilegiare quest’ultima a discapito della denuncia degli errori. Questa duplice esigenza è profondamente una, perché è la manifestazione dell’unica carità della verità.

Come si traduce concretamente quest’aiuto alle anime assettate di verità?
Penso che non si debbano mettere limiti alla Provvidenza, che ci darà, caso per caso, i mezzi adatti alle diverse situazioni. Ogni anima è un mondo a sé, ha dietro di sé un percorso personale e bisogna conoscerla nella sua individualità per essere capaci di venirle in aiuto in maniera efficace. Si tratta prima di tutto di un atteggiamento di fondo da coltivare in noi stessi, una disposizione preliminare ad aiutare, e non una preoccupazione illusoria di stabilire una procedura universale da applicare a ognuno.
Per dare degli esempi concreti, attualmente i nostri seminari ospitano diversi sacerdoti esterni alla Fraternità – tre a Zaitzkofen e due a La Reja – che vogliono vedere chiaro nella situazione della Chiesa e che, soprattutto, desiderano vivere il loro sacerdozio nella sua integralità.
È attraverso il fiorire del sacerdozio e unicamente per mezzo di questo che la Chiesa ritornerà alla Tradizione. Ravvivare questa convinzione è per noi imperativo. La Fraternità San Pio X conterà a breve 48 anni di esistenza. Con l’aiuto della grazia di Dio, ha registrato una prodigiosa espansione in tutto il mondo; ha opere che crescono ovunque, numerosi sacerdoti, distretti, priorati, scuole… In questo espandersi, il rovescio della medaglia è che lo spirito di conquista iniziale si è inevitabilmente indebolito. Senza volerlo, siamo sempre più assorbiti dalla gestione dei problemi quotidiani implicati da un tale sviluppo; lo spirito apostolico può risentirne e i grandi ideali corrono il rischio di sbiadirsi. Siamo ormai alla terza generazione di preti dall’epoca della fondazione della Fraternità, nel 1970… Bisogna ritrovare il fervore missionario, quello ispiratoci dal nostro fondatore.

In questa crisi che fa soffrire tanti fedeli attaccati alla Tradizione, come concepire le relazioni tra Roma e la Fraternità?
Anche qui dobbiamo cercare di mantenere un punto di vista soprannaturale, per evitare che il problema diventi un’ossessione, perché le ossessioni, sul piano soggettivo, obnubilano l’intelligenza e, sul piano oggettivo, le impediscono di arrivare al suo scopo, che è la conoscenza della verità.
Specialmente oggi, dobbiamo evitare di essere precipitosi nei giudizi, come spesso ci inducono a fare i moderni mezzi di comunicazione; non buttarci nel commento «definitivo» di un documento romano o di un altro tema delicato: sette minuti per improvvisarlo e un minuto per metterlo online… L’avere uno «scoop» o il «fare scalpore» sono le nuove esigenze dei media, che in questo modo, però, propongono un’informazione molto superficiale e – peggio ancora – a lungo termine rendono impossibile ogni riflessione seria e profonda. I lettori, gli ascoltatori e gli spettatori si preoccupano, si angosciano… L’ansia poi condiziona la ricezione dell’informazione. La Fraternità ha sofferto troppo a causa di questa tendenza malsana e – in ultima analisi – mondana, che dobbiamo tutti cercare urgentemente di correggere. Meno saremo connessi a Internet e più ritroveremo la serenità della mente e del giudizio. Meno saremo davanti a uno schermo, più saremo capaci di effettuare una valutazione oggettiva dei fatti reali e della loro esatta portata. Nei nostri rapporti con Roma, non si tratta di essere rigidi o lassisti, ma semplicemente realisti.
pagliarani davide fsspx partenza la reja 2018

Per quanto riguarda i nostri rapporti con Roma, quali sono i fatti reali?
Fin dalle discussioni dottrinali con i teologi romani, possiamo dire che davanti a noi abbiamo due canali di comunicazione, due tipi di relazione su dei piani che bisogna distinguere attentamente:
  1. un canale pubblico, ufficiale, chiaro, che ci impone sempre delle dichiarazioni con – sostanzialmente – gli stessi contenuti dottrinali;
  2. un altro canale, proveniente ora da questo ora da quell’altro membro della curia, con interessanti scambi privati, che contengono nuovi elementi sul valore relativo del Concilio, su questo o quell’altro punto di dottrina… Sono discussioni inedite e interessanti, sicuramente da continuare, ma che restano comunque informali, ufficiose, private, mentre sul piano ufficiale – nonostante una certa evoluzione del linguaggio – le esigenze che vengono ribadite sono sempre le stesse.
Certamente prendiamo atto con piacere di ciò che di positivo viene detto in privato, ma lì non è veramente Roma a parlare: sono dei Nicodemo benevoli e timidi, non la gerarchia ufficiale. Bisogna quindi attenersi strettamente ai documenti ufficiali, e spiegare perché non li possiamo accettare.
Gli ultimi documenti ufficiali – per esempio, la lettera del cardinal Müller di giugno 2017 – manifestano sempre la stessa esigenza: prima bisogna accettare il Concilio, poi sarà possibile continuare a discutere su ciò che per la Fraternità non è chiaro; così facendo, le nostre obiezioni vengono ridotte a mere difficoltà soggettive di lettura e di comprensione, e ci viene promesso l’aiuto per comprendere bene ciò che realmente il Concilio voleva dire. Le autorità romane fanno di questa accettazione previa una questione di fede e di principio; lo dicono esplicitamente. Le loro esigenze oggi sono le stesse di trent’anni fa. Il Concilio Vaticano II va accettato nella continuità della tradizione ecclesiale, come parte integrante di questa tradizione. Alla Fraternità viene concesso di avere delle riserve che meritano una spiegazione, ma in nessun caso è concesso un rifiuto degli insegnamenti del Concilio in quanto tali: è Magistero puro e semplice!
Ora, il problema è qui, sempre nello stesso punto, e non possiamo spostarlo altrove: qual è l’autorità dogmatica di un Concilio che si è voluto pastorale? Qual è il valore dei nuovi princìpi insegnati dal Concilio, che sono stati applicati in maniera sistematica, coerente e in perfetta continuità con ciò che era stato insegnato dalla gerarchia che fu responsabile al contempo del Concilio e del postconcilio? Questo Concilio reale è il Concilio della libertà religiosa, della collegialità, dell’ecumenismo, della «tradizione vivente»…, e purtroppo non è il risultato di una cattiva interpretazione. La prova è che questo Concilio reale non è mai stato rettificato né corretto dall’autorità competente. Veicola uno spirito, una dottrina, un modo di concepire la Chiesa che costituiscono un ostacolo alla santificazione delle anime e i cui risultati drammatici sono sotto gli occhi di tutti gli uomini intellettualmente onesti, di tutte le persone di buona volontà. Questo Concilio reale, che corrisponde al tempo stesso a una dottrina insegnata e a una pratica vissuta, imposta al «Popolo di Dio», noi rifiutiamo di accettarlo come un concilio simile agli altri. È per questo che ne mettiamo in discussione l’autorità, ma sempre con spirito di carità, perché non vogliamo altra cosa che il bene della Chiesa e la salvezza delle anime. La nostra discussione non è un semplice duello teologico e, di fatto, riguarda delle materie che non sono «discutibili»: è la vita della Chiesa a essere in gioco qui, indiscutibilmente, ed è su questo che Dio ci giudicherà.
Ecco, quindi, in quale ottica ci atteniamo ai testi ufficiali di Roma: con rispetto, ma anche con realismo; non si tratta di essere di destra o di sinistra, rigidi o lassisti: si tratta semplicemente di essere realisti.



Che fare nel frattempo?
Posso rispondere solo ricordando alcune priorità. Prima di tutto, avere fiducia nella Provvidenza che non può abbandonarci e che ci ha sempre dato dei segni della sua protezione e benevolenza. Dubitare, esitare, chiedere altre garanzie da parte Sua sarebbe una grave mancanza di gratitudine. La nostra stabilità e la nostra forza dipendono dalla nostra fiducia in Dio: penso che dovremmo esaminarci tutti su questo punto.
Inoltre, bisogna riscoprire ogni giorno il tesoro che abbiamo in mano, ricordarci che questo tesoro ci viene da Nostro Signore stesso e che gli è costato il Sangue. È rimettendosi davanti alla grandezza di queste realtà sublimi che le nostre anime resteranno abitualmente in adorazione e si fortificheranno come si deve per il giorno della prova.
Dobbiamo avere anche una preoccupazione crescente per l’educazione dei bambini. Bisogna aver ben presente lo scopo che vogliamo raggiungere e non aver paura di parlare loro della Croce, della passione di Nostro Signore, del suo amore per i piccoli, del sacrificio. Bisogna assolutamente che le anime dei bambini si innamorino di Nostro Signore dalla più tenera età, prima che lo spirito del mondo posso sedurle e rapirle. La questione è assolutamente prioritaria e, se non riusciamo a trasmettere ciò che abbiamo ricevuto, vuol dire che non ne siamo convinti abbastanza.
Infine dobbiamo lottare contro una certa pigrizia intellettuale: è la dottrina che dà la ragion d’essere alla nostra battaglia per la Chiesa e per le anime. Bisogna fare uno sforzo per attualizzare la nostra analisi dei grandi avvenimenti odierni alla luce della dottrina perenne, senza accontentarci del pigro «copia e incolla» che Internet – ancora una volta – tristemente favorisce. La sapienza mette e rimette tutto in ordine, a ogni momento, e ogni cosa trova il suo posto esatto. La crociata della Messa voluta da Mons. Lefebvre è più attuale che mai.

Cosa possono fare più particolarmente i fedeli?
A messa i fedeli riscoprono l’eco dell’ephpheta, «apriti», pronunciato dal sacerdote durante il battesimo. Ancora una volta la loro anima si apre alla grazia del Santo Sacrificio. Anche piccolissimi, i bambini che assistono alla messa sono sensibili al senso del sacro che la liturgia tradizionale manifesta. Soprattutto, l’assistenza alla messa feconda la vita degli sposi e tutte le sue prove, dandole un senso profondamente soprannaturale, perché le grazie del sacramento del matrimonio derivano dal sacrificio di Nostro Signore. È assistendo alla messa che si ricorderanno che Dio si vuole servire di loro come cooperatori della più bella delle sue opere: santificare e proteggere l’anima dei loro figli.
Nel 1979, in occasione del suo giubileo, Mons. Lefebvre ci invitò a una crociata della messa, perché Dio vuole restaurare il sacerdozio e, tramite questo, la famiglia, oggi attaccata da tutte le parti. Per quel tempo la sua era una visione profetica; ai nostri giorni è ormai un dato di fatto che ognuno può constatare. Ciò che prevedeva, oggi l’abbiamo davanti ai nostri occhi:
« Che cosa ci resta da fare, miei cari fratelli? Se approfondiamo questo grande mistero della messa, penso di poter dire che dobbiamo fare una crociata fondata sul Santo Sacrificio della messa, sul Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo; fondata su questa roccia invincibile e su questa sorgente inesauribile di grazie che è il Santo Sacrificio della messa. Lo vediamo tutti i giorni. Siete qua perché amate il Santo Sacrificio della messa. Questi giovani seminaristi, che sono a Écône, negli Stati Uniti, in Germania, sono venuti nei nostri seminari proprio per la santa messa, per la santa messa di sempre che è la sorgente delle grazie, la sorgente dello Spirito Santo, la sorgente della civiltà cristiana. Il prete è questo. Allora dobbiamo fare una crociata, una crociata fondata precisamente su questa nozione di sempre del sacrificio, così da ricreare la cristianità, rifare una cristianità come la Chiesa la desidera, come la Chiesa l’ha sempre fatta, con gli stessi princìpi, lo stesso sacrificio della messa, gli stessi sacramenti, lo stesso catechismo, la stessa Sacra Scrittura » (Omelia di Mons. Lefebvre in occasione del suo giubileo sacerdotale, Parigi, Porte de Versailles, 23 settembre 1979).
Questa cristianità va ricostruita quotidianamente, tramite il compimento fedele del nostro dovere di stato, lì dove Dio ci ha voluti. Alcuni lamentano, a giusto titolo, che la Chiesa e la Fraternità non sono ciò che dovrebbero essere. Dimenticano, però, di avere i mezzi per rimediare a questo, ognuno al proprio posto, santificando sé stesso. Lì ognuno è Superiore generale… Non c’è bisogno di un Capitolo per essere eletti, bisogna santificare ogni giorno la porzione di Chiesa di cui si è padroni assoluti: la propria anima!
Mons. Lefebvre continuava: «Dobbiamo ricreare questa cristianità, e siete voi, miei cari fratelli, siete voi il sale della terra, voi la luce del mondo (Mt 5, 13-14), è a voi che Nostro Signore si rivolge e dice: “Non perdete il frutto del mio Sangue, non abbandonate il mio Calvario, non abbandonate il mio sacrificio”. È anche la Vergine Maria, vicina ai piedi della croce, a dirvelo. Ve lo dice anche Lei, che ha il cuore trafitto, pieno di sofferenze e di dolori, ma anche pieno di gioia nell’unirsi al sacrificio del suo divin Figlio. Siamo cristiani, siamo cattolici! Non lasciamoci trascinare da tutte queste idee mondane, da tutte queste correnti del mondo che ci spingono verso il peccato, verso l’inferno. Se vogliamo andare in Cielo dobbiamo seguire Nostro Signore Gesù Cristo; portare la croce e seguire Nostro Signore Gesù cristo; imitarlo nella Croce, nella sofferenza e nel sacrificio».
Il fondatore della Fraternità San Pio X lanciava una crociata di giovani, di famiglie cristiane, di padri di famiglia, di sacerdoti. Insisteva con un’eloquenza che quarant’anni dopo ci colpisce sempre, perché vediamo quanto questo rimedio si applichi ai mali presenti:
«L’eredità che Gesù Cristo ci ha dato è il suo sacrificio, il suo Sangue, la sua Croce. Questo è il fermento di ogni civiltà cristiana e di ciò che deve condurci al Cielo. (…) Custodite il testamento di Nostro Signore! Custodite il sacrificio di Nostro Signore! Custodite la messa di sempre! Allora vedrete rifiorire la civiltà cristiana».
Quarant’anni dopo non possiamo sottrarci a questa crociata; oggi esige un ardore ancora maggiore e un entusiasmo ancora più ardente per il servizio della Chiesa e delle anime. Come dicevo all’inizio di quest’intervista, la Tradizione è nostra, pienamente, ma quest’onore comporta una grave responsabilità: saremo giudicati sulla nostra fedeltà nel trasmettere ciò che abbiamo ricevuto.

Molto Reverendo Superiore Generale, prima di terminare, ci consenta una domanda più personale. L’incarico che Le è stato affidato l’11 luglio scorso non L’ha spaventata?
Sì, devo ammettere che ho avuto un po’ paura e che ho persino esitato in cuor mio prima di accettarlo. Siamo tutti dei vasi d’argilla e questo vale anche per chi è stato eletto Superiore generale: anche se si tratta di un vaso un po’ più visibile e un po’ più grosso, è pur sempre fragile.
Soltanto il pensiero della Santissima Vergine mi ha permesso di vincere la paura: mi affido a Lei sola e lo faccio totalmente. La Madonna non è d’argilla perché è d’avorio, non è un vaso fragile perché è una torre inespugnabile: turris eburnea. È come un esercito schierato in ordine di battaglia, terribilis ut castrorum acies ordinata, e che sa in anticipo che il solo risultato possibile di tutte queste battaglie è la vittoria: «Alla fine il mio Cuore immacolato trionferà».

 Pubblicato: 11 Ottobre 2018